Vignerons d’Europe

Si è tenuta a dicembre – tra Firenze e Montecatini – la seconda edizione di VIGNERONS D’EUROPE, la prima edizione si era tenuta nel 2007 in Francia, a Montpellier. Centinaia di piccoli produttori provenienti da diverse zone viticole europee si sono quindi ritrovati in una due giorni di seminari e di confronti, tenutisi a Montecatini, che hanno portato a redigere il “Manifesto dei Vignerons d’Europe 2009”, un documento in undici punti, che è stato presentato e approvato a Firenze, nel Salone dei Cinquecento, in Piazza delle Signoria.
Il maggior numero di partecipanti era ovviamente italiano, toscani soprattutto, ma decisamente numerosi anche i piemontesi; tra gli stranieri diversi francesi, principalmente dal Languedoc-Roussillon, tedeschi, soprattutto dalla Mosella, austriaci dalla Stiria, sloveni, spagnoli, svizzeri, alcuni cechi, croati, sloveni, turchi, vignerons provenienti da Grecia, Portogallo, Lussemburgo, Romania, Ungheria, in pratica c’erano rappresentanti da tutta l’Europa vitivinicola.

Noi di vinealia abbiamo partecipato a due dei seminari “Identità ed etica del vignaiolo” al mattino, e “Fermentazione, correzione ed affinamento del vino” nel pomeriggio.
Il primo seminario partiva dal concetto che produrre vino non è un’industria, e tra i vari interventi, sia dei relatori che dei partecipanti, vogliamo estrapolare alcune delle frasi o delle affermazioni ritenute più interessanti, tenendo conto che il dibattito è stato vivace, con scambi di opinione a volte in contrasto tra loro.
Iniziamo da Walter Massa, produttore del tortonese: “Io sono un vignaiolo, colui che comunica il territorio. Occorre un riconoscimento legale per il vignaiolo”, “Siamo giardinieri gratuiti, dovremmo essere seguiti dal ministero del turismo”.
Lotte Pfeffer-Mueller, produttrice del Palatinato: “Dire quello che facciamo e fare quello che diciamo”, frase questa che verrà poi ripresa nel documento finale. “La sostenibilità è quel qualcosa che ci permetterà, in un futuro, di continuare il nostro lavoro”.
Andrea Surbone, di Poggio Gagliardo, pone la questione dei “contadini come violentatori del paesaggio”, chiedendosi poi “quale sarà il paesaggio etico?”
Andrea Zanferi, di Cerreto Libri, azienda del Chianti Rufina, apre il suo intervento con una frase di Kant:” La morale è qualcosa di indipendente dalla convenienza”, e dopo aver affermato che ”L’etica conveniente è la sopravvivenza”, chiede “un’etichetta più chiara, che specifichi l’utilizzo di determinate sostanze, sia in vigna che in cantina”.
L’alsaziano Jean Pierre Frick: “L’essere umano è l’anello pensante della natura”, “Occorre rispetto per le generazioni che ci seguiranno”.
Enrico Togni, piccolo produttore della Valcamonica, inizia con la difesa dei muretti a secco, simbolo della viticoltura di montagna, e dato che “ogni vignaiolo è espressione del proprio territorio, non si possono generalizzare i sistemi di allevamento, che debbono tener conto delle diverse situazioni ambientali”. Conclude quindi il suo appassionato intervento affermando che “Il vino della tradizione rispecchia la cultura del proprio territorio”.
Il produttore marchigiano Ampelio Bucci dopo la constatazione che “il mondo di oggi chiede ecologia” e di conseguenza “l’industria sta per saltare sul carro del biologico”, definisce i vignerons come “artigiani, e l’artigiano è colui che fa le cose facendole bene”. Il suo concetto di etico è “ciò che è bene oggi”, sostenendo infine che “senza cultura non si fa agricoltura”.
Mariagrazia Mannuccini, direttrice di Arsia, prevede un aumento del consumo di vino nel mondo, soprattutto in Asia, e sostiene che occorra semplificare la vita ai produttori dal punto di vista burocratico. Tra le sua affermazioni citiamo: “Il paesaggio agrario è dinamico per definizione”, “Occorre unire tradizione ed innovazione, senza per questo tradire”, “Se non si mantiene quello che si dice il danno è per tutti”.
L’abruzzese Domenico Pasetti “L’etica esprime il proprio modo di essere”.

Il seminario del pomeriggio è moderato da Fabio Giavedoni che introducendo le tematiche relative alla pratiche di cantina, esordisce dicendo che mentre “l’uva è un prodotto della natura, il vino è un prodotto dell’uomo”.
Il primo intervento è quindi quello del giornalista statunitense Paul White, il quale tocca diversi argomenti, che spaziano dalle problematiche attuali della viticoltura australiana, ad alcuni metodi produttivi ancestrali portoghesi, ed infine alle tematiche relative all’utilizzo dei tappi stelvin (i tappi a vite), argomento che White aveva già ampiamente sviscerato durante il recente Simei-Enovitis di Milano.
Jean Francoise Hulot, responsabile del settore Agricoltura Biologica, nell’ambito della Comunità Europea, dopo aver esposto il regolamento “Bio”, in vigore dal 1991, accenna alla nuova normativa, in atto dal 2009, riferendosi infine al nuovo codice comportamentale, nel quale non di parlerà esclusivamente, come sinora fatto, di viticoltura biologica, ma si entrerà nel concetto di “enologia biologica”, e quindi di “vino biologico”.
Jean Pierre Frick interviene sul “gusto del consumatore”, modellato dagli opinion-leaders, e spesso basato sulle mode e sulle guide, affermando in conclusione che “la tipicità non è un concetto statico”.
Decisamente coraggioso ed interessante, anche se in buona parte contestato, l’intervento dell’enologo Beppe Caviola, il quale ha fatto il punto della situazione relativo all’utilizzo in Italia, di varie sostanze, durante la produzione del vino. Si è quindi parlato di lieviti selezionati (quasi indispensabili durante una vinificazione in bianco), di enzimi pectolitici, utilizzati per le chiarifichi dei mosti, di tannini, che possono aiutare a ridurre l’utilizzo dell’anidride solforosa. Naturalmente qualche purista, netta fattispecie il friulano (dal nome greco) Evangelos Parashos, ha ribadito che buona parte di queste sostanze ce le fornisce direttamente l’uva, basta semplicemente usare metodi in grado di estrarle.
Matilde Poggi, dell’azienda gardesana Le Fraghe chiede chiarimenti relativi all’utilizzo di chiusure alternative per le bottiglie di vino, riferendosi principalmente ai tappi “stelvin” (i tappi avite, ricevendo la risposta di Paul White che, ritornando sul suo precedente intervento, ne evidenzia le possibili problematiche.
Giavedoni pone quindi una domanda provocatoria: ”Chi consideriamo vignaiolo?”
Frick risponde ritorando su quanto precedentemente esposto: “Vignaiolo in quanto artigiano”.
Tra i numeri interventi segnaliamo quindi quello del produttore piacentino Stefano Pizzamiglio, che propone una ricerca autofinanziata dai produttori.
L’abruzzese Stefania Pepe evidenza nuovamente le problematiche burocratiche che intralciano il lavoro dei vignaioli.
Saverio Petrilli, della toscana Tenuta di Valgiano ricorda che tra gli scopi della Fivi (Federazione italiana vignaioli indipendenti) c’è anche quello di creare una rete tra i produttori.

Ecco infine gli undici punti del Manifesto di “Vignerons d’Europe 2009” elaborati dopo i seminari e presentati il giorno successivo a Firenze:
1) Il vignaiolo si prende cura in prima persona della vigna, della cantina e della vendita.
2) Il vino del vignaiolo è vivo, dona piacere, è figlio del suo territorio e del suo pensiero. Espressione autentica di una cultura.
3) Il vignaiolo considera il consumatore un co-produttore.
4) Il vignaiolo custodisce e modella il paesaggio nel rispetto della biodiversità e della cultura del proprio territorio, che racconta e arricchisce.
5) Il vignaiolo come agricoltore si assume la responsabilità di preservare e migliorare la fertilità del suolo e l’equilibrio degli ecosistemi.
6) Il vignaiolo si impegna a rinunciare all’utilizzo di molecole e organismi artificiali e di sintesi con l’obiettivo di tutelare il vivente.
7) Il vignaiolo governa il limite in tutti i suoi impegni ricercando l’ottimo, mai il massimo.
8) Il vignaiolo si assume la responsabilità della propria attività nel rispetto dell’ambiente, della salute del consumatore e dei destini della propria comunità e della terra.
9) Il vignaiolo si impegna a creare e alimentare relazioni con altri vignaioli, agricoltori, produttori di cibo, cuochi, università e istituti di ricerca, educatori e cittadini nella propria comunità e nel mondo.
10) Il vignaiolo pratica la trasparenza: dice quello che fa e fa quello che dice.
11) I Vignerons d’Europe riuniti a Firenze chiedono alle autorità nazionali ed europee di non ostacolare il loro lavoro con regolamenti adatti all’industria ma non alle loro particolarità.
Lorenzo Colombo

 

pubblicato in origine su www.vinealia.org

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