InvecchiatIGP: Passobianco 2016 Franchetti
Andrea Franchetti è stato sicuramente uno dei personaggi più significativi nel mondo del vino. Morto nel 2021 a 72 anni dopo una lunga malattia, era un uomo del tutto particolare, un visionario, amava la solitudine e il vino rappresentava per lui un tramite tra l’uomo e la natura, cui era profondamente legato.
Il suo primo progetto è iniziato in Val d’Orcia con la Tenuta di Trinoro, che fece ben presto parlare di lui, vini profondi, originali, con un proprio linguaggio che li rendeva distinguibili tra mille.
Poi arrivò l’amore per la Sicilia e, in particolare, per l’Etna, lì si rese conto dell’enorme affinità che quelle terre avevano con la sua visione, la sua ricerca di una solitudine che non è mai stata isolamento, piuttosto il bisogno di trovare una dimensione interiore attraverso la quale ottenere vini che raccontassero questo profondo connubio con la terra.
Si racconta che era quasi astemio, ma non disdegnava assaggiare la terra e riconoscerne la composizione.
Il Passobianco 2016 (prima annata 2007) arriva da Passopisciaro; a testimonianza dell’unicità del suo percorso non è ottenuto dal classico carricante, vitigno oggi in grande rispolvero e uno dei principali “esponenti” a bacca bianca dell’enologia etnea, ma nientemeno che dallo chardonnay, quattro ettari in Contrada Guardiola, tra gli 850 e i 1000 metri di altitudine, piantati al suo arrivo su terreno sciolto e profondo, composto da cenere lavica dall’alto contenuto minerale, che dal 2014 affina ben 2 anni in bottiglia prima di essere commercializzato. Non ha mai nascosto la sua predilezione per la Borgogna e questo vino ne è un chiaro omaggio, pur mantenendo traccia evidente del territorio a cui appartiene.
Figlio di un’annata eccellente nell’areale etneo (ma anche in gran parte dello Stivale), la 2016 mi ha impressionato per l’acidità vibrante, per la nota agrumata intensa e oggi giustamente matura, corroborata da una pennellata di miele che lo rende particolarmente invitante. Oggi è quasi una bestemmia parlare di mineralità nel vino, almeno dal punto di vista olfattivo, ma sinceramente la sensazione di avere a che fare con la pietra focaia, la cenere, la roccia sgretolata è piuttosto evidente e non frutto di fantasia.
Al palato conferma tutto, rivelando una baldanza che dopo dieci anni certamente evidenzia l’assoluta qualità di questo vino, goduto alla grande presso il Ristorante degli Angeli di Magliano Sabino (RI), al prezzo a mio avviso assolutamente corretto di 40 euro (basti pensare che sul web arriva anche a 240 euro!).
Roberto Giuliani
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