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ORV: Oltre le Radici della Vite

Un paio d’anni fa avevamo partecipato alla presentazione dei vini di un gruppo di produttori che s’erano riuniti sotto il nome di “I 5 orvietani” (vedi).
Ora il gruppo, con una piccola sostituzione (uscita di un’azienda ed entrata di un’altra) s’è strutturato, ha assunto un nuovo nome ed il 1° giugno di quest’anno ha pubblicato un manifesto d’intenti.

Il nome che si sono imposti è ORV (Oltre le Radici della Vite) e le aziende interessate sono Madonna del Latte, Sergio Mottura, Cantine Neri, Palazzone e Tenuta Le Velette.

Nei primi giorni di settembre, in occasione di una nostra visita presso l’azienda Palazzone (seguirà prossimamente un articolo) abbiamo avuto la possibilità di assaggiare i loro Orvieto Doc dell’annata 2020.

L’Orvieto Doc è una storica (quest’anno si festeggia il 50° anniversario della DOC) denominazione inter-regionale che si sviluppa sul territorio di numerosi comuni delle province di Terni (Umbria) e Viterbo (Lazio).
Il disciplinare di produzione, che prevede diverse (troppe secondo noi) tipologie di vini: secco, abboccato, amabile, dolce, superiore, classico, classico superiore, vendemmia tardiva, muffa nobile, permette l’utilizzo di numerosi vitigni i principali del quali sono Procanico (Trebbiano toscano) e Grechetto, che unitamente debbono costituire almeno il 60% del blend.
Quest’ampia possibilità d’utilizzare vitigni diversi in percentuali diverse, unitamente alle notevoli differenze di suoli e terreni, data dall’ampiezza del territorio di produzione (ai quali poi si vanno a sommare le diverse pratiche enologiche) fanno si che in commercio si possano trovare vini dalle (anche molto) diverse caratteristiche organolettiche.
Sebbene la maggior parte dei produttori utilizzi come vitigni complementari quelli tradizionali del territorio come Drupeggio, Verdello e Malvasia, alcuni non disdegnano d’usare vitigni internazionali, è il caso ad esempio, tra i cinque vini da noi degustati, del Tragugnano di Mottura che prevede un 10% di Sauvignon blanc e del Ca’ Viti di Neri che utilizza un ugual quantitativo di Chardonnay.

I vini dell’orvietano erano già famosi nel Medioevo, venivano consumati da vari Papi ed utilizzati (e molto richiesti) anche come compenso per vari lavori anche da artisti famosi come il Pinturicchio ed il Signorelli.
Pare che anche Garibaldi abbia brindato con i suoi Mille con il vino d’Orvieto e Gabriele D’Annunzio definì questo vino “sole d’Italia in bottiglia“.

Prima di andare a descrivere brevemente i vini degustati ci pare opportuno trascrivere il loro manifesto d’intenti.

“Siamo aziende familiari con una storia. Il tempo ci ha permesso di prendere coscienza del valore delle vigne, delle varietà autoctone, del terreno e siamo determinati a trasmettere tutto ciò nei nostri vini. Non vogliamo dettare dogmi o regole ma condividere dei principi culturali, perché il vino rappresenta civiltà. Siamo in ascolto l’uno dell’altro, scambiamo punti di vista, condividiamo esperienze, legati dall’entusiasmo e da una vera complicità”.

“Il vino è la nostra vita, vogliamo che quella valenza qualitativa, culturale e storica che possiede sia valorizzata per non farlo allontanare dalla sua vera origine. Siamo consapevoli che solo attraverso una rete, un’unione di comuni intenti sia possibile costruire un circuito di credibilità, conoscenza e fiducia. Ci impegniamo a creare e alimentare relazioni con altri vignaioli, agricoltori, produttori di cibo, educatori e cittadini della comunità per riportare i nostri vini agli onori che meritano”.

“Siamo viticoltori, viviamo di questo lavoro, ci prendiamo cura in prima persona della vigna, della cantina e della bottiglia. Condividiamo una visione enoica convinti che l’attenzione al dettaglio debba essere permanente e la qualità un pre-requisito. Abbiamo la certezza che la relazione umana sia un valore cardinale e noi la compartecipiamo con chiunque voglia conoscerci. Il nostro è un impegno per l’autenticità, pratichiamo la trasparenza: diciamo quello che facciamo e facciamo quello che diciamo. Ognuno di noi ha il coraggio di metterci la faccia”.

“E’ solo rimettendo al centro i vitigni tradizionali che i nostri vini possono rappresentare i propri valori individuali. La loro affermazione nelle carte dei vini, passa dal rispetto del patrimonio viticolo degli autoctoni capaci di restituire e interpretare al meglio la tradizione e la storia enologica di questa terra. Una parte di noi ha vigne su terreni vulcanici, altri su zone argillose o alluvionali: è attraverso la differenza e le distinte angolature della stessa visione che si può dare vita ad un racconto identitario che ci proietta verso il futuro. E’ nell’uvaggio che si dimostrano le caratteristiche di questa terra e in questa sta anche la nostra unicità”.

“Vogliamo ricordare la storia e la cultura dei nostri luoghi, dimostrando la vocazione indiscussa del territorio attraverso il lavoro che facciamo. Pensiamo che una nostra peculiarità sia nel proporre un vino che si può bere giovane ma anche con qualche anno in più, certi che il suo vero valore si dimostri nell’evoluzione come tutti i grandi vini del mondo”.

I vini degustati (in ordine di servizio): 

 – Madonna del Latte – Classico Superiore
Procanico e Grechetto (in prevalenza), più Verdello e Drupeggio costituiscono il blend per questo vino,  le cui uve provengono da vigneti di 35 anni d’età, allevati a Cordone speronato e situati a 450 metri d’altitudine su suoli sabbiosi e tufacei d’origine vulcanica con esposizione Sud-Ovest con densità d’impianto di 2.000 ceppi/ettaro.
La vinificazione si svolge in vasche d’acciaio dove il vino sosta sulle fecce fini per cinque mesi.

Color paglierino-verdolino, luminoso.
Mediamente intenso al naso, sentori di fieno, d’erbe officinali, frutta a polpa bianca, mandorla da confetto.
Fresco e sapido, presenta note vegetali e di frutta a polpa bianca, chiude con lunga persistenza su note mandorlate leggermente amarognole.

 – Tenuta Le Velette – Classico Superiore “Lunato”
Il vino è composto da un blend di 40% Grechetto, 20% Procanico, 20% Malvasia, 15% Verdello e 5% Drupeggio, le uve provengono da vigneti d’età compresa tra i 19 ed i 30 anni, allevati in parte a Cordone speronato ed in parte a Guyot con densità d’impianto rispettivamente di 2.700 ceppi/ettaro e 3.500 ceppi/ettaro.
Dopo la fermentazione svolta in vasche d’acciaio, il vino sosta sulle fecce per un mese prima dell’imbottigliamento.

Paglierino luminoso di media intensità.
Di media intensità olfattiva, sentori di frutta a polpa gialla e note mandorlate.
Dotato di buona struttura, succoso, vi ritroviamo la frutta a polpa gialla unitamente a note di fieno, buona la sua persistenza.

 – Mottura – “Tragugnano”
Grechetto 50%, Procanico 40%, Sauvignon 10% provenienti dai vigneti più vecchi vanno a comporre questo vino, la vinificazione avviene in vasche d’acciaio separatamente per ciascun vitigno, i vari vini vi sostano quindi in affinamento per quattro mesi sino al momento dell’assemblaggio.

Color giallo paglierino di discreta intensità.
Media la sua intensità olfattiva, sentori di fieno e frutta a polpa gialla.
Intenso e strutturato, con leggeri accenni piccanti che rimandano allo zenzero, note vegetali, chiude amaricante su lunga persistenza.

 – Cantine Neri – Classico Superiore “Ca’ Viti”
Grechetto 50% – Procanico 40% – Chardonnay 10%
In merito a quest’azienda ed ai suoi vini (tra i quali anche questo) avevamo scritto nel mese di settembre (vedi).

Paglierino scarico, luminoso.
Intenso al naso dove cogliamo sentori di fieno, erbe officinali, nespole, frutta gialla.
Di buona struttura, leggermente vegetale ed un poco amarognolo, chiude con lunga persistenza su note mandorlate.

 – Palazzone – Classico Superiore “Terre Vineate”
50% Procanico, 30% Grechetto, 20% tra Verdello e Malvasia, le uve provengono da vigneti situati tra i 240 ed i 360 metri d’altitudine esposti ad Est su suoli di natura argillosa.
La fermentazione si svolge in vasche d’acciaio.

Giallo paglierino luminoso di buona intensità.
Mediamente intenso al naso, sentori di frutta gialla ed erbe officinali.
Strutturato, intenso, succoso e sapido, presenta leggere note vegetali ed accenni quasi tannici, buona la sua persistenza su note mandorlate.
Lorenzo Colombo